"Niente ottiene il successo come l'eccesso". Sono parole di Oscar Wilde nelle quali mi rispecchio molto. Di cosa tratto in questo blog? Delle cose più svariate: dai miei ricordi, alla lotta con i DCA, a cosa mi accade nel tempo libero.
Ho sofferto di disturbi alimentari altalenandomi tra digiungi, binge eating e bulimia per quasi 3 anni. Ma tengo particolarmente a dire a tutti che non sono pro ana, non sono pro mia, non sono nulla. Sono io, ecco. Tutto qui. Non voglio fare del male a nessuno ne indurre qualcuno ad ammalarsi. Se siete particolarmente sensibili, uscite da questa pagina. Il mio blog è particolarmente crudo. Grazie in anticipo. Enjoy my blog!

martedì 19 maggio 2020

19.05

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***

"Chiudi gli occhi" disse Lucy.

"D'accordo!"
Joe si abbandonò sul pavimento, sdraiandosi accanto a Lucy e chiudendo gli occhi.
Si fece cullare per qualche attimo da quella musica. Finchè Lucy gli sussurrò

"Se ti concentri, vedrai il mare e il sole che tramonta all'orizzionte. Lo vedi?"
"No" rispose Joe "Ma vedo altro" aggiunse socchiudendo gli occhi. 

Si guardarono intensamente. Poi Lucy troncò il silenzio.
"E' meglio che vada ora"
"D'accordo". 

Si alzò da quella posizione, sgualcì i vestiti e infilò le scarpe color oro che aveva lasciato nell'angolo della stanza poche ore prima.
Abbozzò una smorfia di dolore appena il primo piede le scivolò dentro.

"Fanno male?" le chiese lui.
"No" rispose lei. "E' solo che tenere questi tacchi tutto il giorno è antipatico!"
Nascose il dolore dietro un sorriso frettoloso, ma non abbastanza perché lui non lo notasse. 

Si incamminarono lentamente verso la porta di uscita.
Joe diede un primo veloce scatto alla serratura. Poi un secondo. E quando fu sul momento di aprire la porta si fermò. Guardò Lucy, le sorrise e aggiunse allargando le braccia.
"Ci vediamo presto". 

Lucy si pietrificò per un attimo. 
Cosa poteva fare? 
In che modo poteva reagire? 
Poteva scappare. E coprirsi di rimpianti come aveva fatto la settimana precedente.
Si ritrovò, quasi automaticamente, abbracciata a Joe.

Mentre fissava la parete bianca alle spalle di lui, poteva sentire le sue mani scivolarle dolcemente sulla schiena, passare dal basso verso l'alto, percepiva le le sue dita penetrarle nei morbidi capelli per coccolarli come il più delicato dei fiori. 
Rimasero in quella posizione nel silenzio più assoluto per quasi dieci minuti. I dieci minuti più lunghi della loro vita. 

Lontano, i rumori delle auto che sfrecciavano sembravano quasi sordi. Le tende del salotto svolazzavano al ritmo del vento primaverile. Il sole stava per dare il suo saluto alla giornata.
Mentre Joe e Lucy rimanevano chiusi nel loro abbraccio. I loro pensieri erano così intensi che nemmeno il silenzio riusciva a zittirli.

"Joe..." chiamò Lucy senza muoversi di un millimetro.
"Lucy..." rispose lui. 

"...è sbagliato..."
"Cosa è sbagliato?"
"Tutto questo. Io, te, noi, io qui, tu adesso, la situazione. E' tutto sbagliato"

Lucy tentò di allentare la presa. Ma chiusa in quell'amorevole morsa, non riuscì a liberarsi. 
"Lucy, non sarò io a dirti cosa è sbagliato. Devi deciderlo tu".
Joe fece scivolare le sue mani sulle braccia di Lucy, dalle spalle fino alle sue dita. Le incrociò tutte, una dopo l'altra. Poi tentò di guardarla negli occhi, nonostante lei continuasse a guardarsi i piedi, cercando una via di fuga. Perché si sa, incrociare uno sguardo è come iniziare un cammino nell'anima dell'altra persona. E una volta iniziato il percorso, è fin troppo semplice perdersi.
Così Joe appoggiò la fronte a quella di Lucy e disse

"Imbarazzo..."
"Si, molto" lo interruppe lei.

"Sai cosa significa imbarazzo?" le chiese.
"No" rispose lei, continuando a guardare per terra.

"Imbarazzo è avere un impaccio, un ostacolo al normale svolgersi di qualcosa"
Lucy non capì cosa Joe voleva dirle. O forse aveva troppa paura di averlo capito nel modo corretto. Gli rispose
"Joe, io ho paura..."
"Pensi che io non ne abbia?" rispose lui, allontanandola per guardarle il viso.

 I loro sguardi si incrociarono per un istante. Lucy aveva gli occhi incornicati da una sottile linea di lacrima, che sembrava attendere il permesso di cadere.
Joe lo notò subito e le concesse di piangere se ne avesse avuto il bisogno.
Non se lo fece ripetere due volte, e lasciò che la sua debolezza avesse la meglio. Permise al pianto di scendere, come permise al suo corpo di cercare nuovamente calore tra le braccia di Joe. 

"Mi dispiace. Mi ero ripromessa di non piangere" gli disse, accarezzandogli la nuca.
"E perché? Se hai bisogno di farlo, fallo".
Rimasero in quella posizione a lungo. Intatti, se non fosse per le braccia, che danzavano sulle schiene reciproche, spingendosi per la prima volta oltre i confini consentiti dall'amichevole affetto.
"Mi fai arrabbiare" disse Joe
"Perché?"
"Non lo saprai mai"

 Lucy lo strinse più forte e disse "Non me ne andrò senza sapere..."
"Non te lo dirò comunque..." rispose Joe.

Così le labbra di lei si avvicinarono pericolosamente al suo orecchio, sussurrando "Puoi dirmi tutto, sai che puoi fidarti di me..."
Seguì una lunga pausa prima che Joe cedesse.
"Perché non fai nulla per capire ciò che vuoi..."
Non potè dargli torto. Aveva ragione, su ogni fronte.
"Devo andare Joe..." gli disse.

Così lui le aprì la porta. Lucy varcò la soglia, si girò un'ultima volta verso di lui e gli disse
"Spero tu ti sia divertito oggi"
"Molto" 

"Mi spiace per questo ultimo momento. Mi ero ripromessa che ci saremmo solo divertiti e che non ti avrei fatto domande imbarazzanti..."
Joe si guardò in giro sorridendo e chiese guardando in alto "Hai altre domande da pormi?"
"Beh...una..." rispose Lucy

"Quale?"
"Cosa provi?"

Joe la guardò, quasi impaurito. Poi aggiunse
"Così a freddo?!"
"Si...." chiese lei. 

Interminabili secondi si susseguirono nel silenzio più totale
"....non lo so" rispose Joe.
"Beh" intervenne Lucy " 'Una bella amicizia' sarebbe stata una bella risposta"
"Confermo. Bella risposta. Ma non sarebbe stata quella vera"
In quell'istante tutte le certezze di Lucy caddero, come un castello di sabbia travolto da un'onda improvvisa.
Improvvisamente tutti i suoi dubbi, le sue incertezze e le sue paure si incastrarono.
Tutto coincideva esattamente, come a comporre un puzzle perfetto. Ma in una cornice totalmente sbagliata.

"Devo andare Joe..." ripetè di nuovo. Si avvicinò a lui, gli mise una mano sulla guancia, mentre premeva le labbra sull'altra guancia per salutarlo. O forse per dirgli addio? 
Quello che era chiaro è che da quel momento in poi nulla sarebbe più rimasto uguale.  

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